Ormai ne ero assolutamente convinta: qualcuno da diversi giorni mi stava pedinando. Qualcuno molto furbo, capace di celarsi nell’ombra quando rientravo dal turno di notte, o tra la folla durante le passeggiate pomeridiane nelle strade cittadine. Ne avvertivo distintamente la presenza, anche se non riuscivo a individuarlo. 

Non avevo mai provato una sensazione del genere: paura mista a rabbia. Paura per la mia vita, messa in pericolo nel peggiore dei casi da uno psicopatico, ansioso di sfogare sul mio corpo le sue terribili manie; rabbia verso le forze dell’ordine che non sembravano in grado di offrirmi protezione. 

«Signorina, posso capirla, ma le sue sensazioni non possono giustificare l’impiego di poliziotti per salvarla da un killer che, diciamo la verità, per il momento esiste solo nella sua fantasia», mi aveva spiegato il maresciallo dei carabinieri della mia città.

«Non chiedo un esercito al mio cospetto, solo una volante che nel suo giro notturno includa anche il condominio dove abito.»

«Le ripeto, malgrado comprenda il suo turbamento, non abbiamo abbastanza macchine per vigilare su tutta l’area tra città e periferia. Ma, nel caso avesse bisogno di noi, le garantisco che interverremo subito.»

Per come appariva messa la situazione delle forze dell’ordine, probabilmente era già un risultato. Ma scarso, non potevo che constatarlo.

Lui era sempre nella mia mente. Ne avvertivo la presenza nel parcheggio del personale. Era come sentirlo respirare sul mio collo: una sensazione terribile, sicuramente la peggiore avessi mai provato. Allora, a meno che non fosse inverno e l’alba tardasse a venire, invece di rincasare preferivo andare al mercato per fare la spesa, così da avere tutto il necessario per affrontare la giornata; se avessi avuto ancora paura mi sarei barricata in casa. 

Ma anche tra i banchetti, quella terribile sensazione continuava a torturarmi inesorabilmente. Vedevo passarmi accanto tra la folla uomini di tutte le età, che mi osservavano con insistenza, come se volessero fotografarmi con gli occhi. Ognuno di loro avrebbe potuto essere uno psicopatico, pronto a studiare e a valutare ogni mia azione; forse aveva già stilato un dossier sul mio conto. 

Dovevo stare calma. Era in questi momenti di insicurezza e paura che ripetevo a me stessa con maggiore convinzione di avere bisogno di mantenere la calma, se non volevo rischiare di rimanere vittima non di un killer, ma di una terribile fobia. 

Forse il maresciallo aveva ragione. Volevo crederci ma poi il senso della sua presenza tornava a farsi più forte, quasi tangibile, come se fosse ancora una volta a pochi metri, talmente vicino da poterlo toccare, ma anche da permettergli di avventarsi su di me. 

Quella sera stava per concludersi il giorno di riposo, concesso a seguito dell’ennesimo turno notturno. Avevo passeggiato a lungo in città e, dopo molto tempo, finalmente non avevo pensato nemmeno per un attimo al mio stalker. 

Mi ero goduta le vetrine dei negozi e gli amici che si fermavano per salutarmi. Un pomeriggio assolutamente sereno, come da molto tempo non mi capitava di trascorrere. Forse l’incubo era definitivamente uscito dalla mia mente. 

Mentre mi apprestavo ad aprire il portone del palazzo, il sole stava tramontando alle mie spalle con giochi di colore nelle varie sfumature di rosso fuoco che accendevano l’orizzonte. Quella luce suggeriva la sensazione di calore, dolce ma anche “robusta”, capace di accarezzare la pelle ma anche di scaldarla donando estremo piacere. 

Una sensazione profonda e rilassante, che subito venne meno quando mi tirai dietro il portone. Allora si manifestò un buio profondo e freddo, che non ricordavo di aver mai trovato nell’androne del mio palazzo. Da un angolo ero convinta provenisse l’insopportabile suono di un respiro ansimante. Lui era lì, pronto a chiudere la partita.

Per un attimo chiesi a me stessa cosa potevo aver fatto per meritare il suo risentimento. Provai a immaginare dietro l’oscurità vari uomini conosciuti nel tempo, che chissà per quale incomprensibile ragione erano determinati a torturarmi; ma non riuscivo a pensare a nessuno talmente malvagio. 

Avrei potuto accendere la luce, ma non ne avevo il coraggio. Fuggii correndo lungo le scale: conoscevo talmente bene il tragitto da poterlo percorrere al buio. Giunta davanti alla porta del mio appartamento, la chiave non voleva entrare a fondo nella toppa; la paura mi aveva resa talmente nervosa che non riuscivo ad aprire. 

Infine entrai e mi aggrappai al cellulare, come chi rischia di annegare stringe con tutta la forza un salvagente.

«Pronto, voglio parlare con il maresciallo Golia, me lo passi subito: è questione di vita o di morte.»

«Si calmi signora, dica a me cosa le sta accadendo e penserò io a mandarle subito una volante.» 

L’agente al di là dell’apparecchio sembrava sapere il fatto suo, non mi restava che fidarmi. 

«Mi chiamo Samantha Renzi. Il maresciallo mi conosce perché ho chiesto aiuto diversi giorni fa, a causa di uno stalker che non mi dà pace. Adesso sono sicura che nell’androne del mio palazzo è entrato uno sconosciuto, che si nasconde minaccioso nell’oscurità.»

«Ho capito. Lei dov’è di preciso?»

«Sono entrata nel mio appartamento.»

«Mi raccomando, si chiuda bene e non esca per nessuna ragione. Le mando subito degli agenti: quando suoneranno, controlli che siano loro dalla finestra prima di aprire la porta del palazzo.»

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