Quel vecchio la guardava con un occhio solo; l’altro non si capiva bene dove puntasse, ma quello buono era fisso su di lei.

Si girò dall’altra parte e si spostò più in là. La fissava ancora. Sì.

Anzi, i loro sguardi si incrociarono: o meglio, gli occhi di lei incontrarono l’unico occhio di lui. Forse era un po’ tocco, o arteriosclerotico, o magari un maniaco.

Pensò di scendere una fermata prima e si avvicinò all’uscita, dove purtroppo lui era seduto.

«Eli, come stai?»

Non poteva credere alle proprie orecchie: conosceva persino il diminutivo con cui la chiamavano in casa.

«Scusi, non mi sembra di conoscerla.»

Mentre aspettava che lui chiarisse, il vecchio continuava a fissarla con quell’occhio, ora semichiuso per via di un sorriso che si fece più ampio, rivelando la mancanza quasi totale di denti.

«Eli cara!»

«Eliana mi chiamo. Ma non so come conosca il nome che usano i miei amici e la mia famiglia. Non mi ricordo di lei.»

Macché, non rispondeva. Sembrava non sentirla. Che fosse sordo?

«Buona giornata, io devo scendere.»

Ma l’uomo, con un’agilità insospettabile, si alzò di scatto e, all’apertura delle porte, scese subito dietro di lei.

«Puoi rallentare un attimo?»

«Mi scusi, non la conosco — o non lo ricordo — e avrei fretta!»

«Sarò breve! Conosci una pedicure?»

Eli si fermò, sorpresa, e lo guardò in quell’unico occhio, ora bonario e sorridente. «Prego?»

«Mi dolgono i piedi e le unghie mi crescono terribilmente con questo caldo…»

Entrambi abbassarono lo sguardo verso quei piedi scuri e callosi nei sandali da frate: le unghie lunghe, gialle e ricurve erano davvero raccapriccianti.

«E poi non posso piegarmi a tagliarle con le forbicine, sono dure come sassi… e…»

«Vedo… Ma lei chi è, scusi?»

«Già. Abito al piano terra del tuo palazzo. Sarebbe un garage, ma l’ho comprato per poco. È una storia lunga.»

«Ma quello con la serranda sempre mezza chiusa? Con quella puzza di gatto?»

«Eh sì, quello!»

«Quindi lei sarebbe… sarebbe il…»

«Il vecchio stronzo che vive nel garage e che non esce e non se ne andrà! Ti risparmio le mie tragedie, le conosco bene e non ci perderei tempo a raccontartele. Rimango sempre il vecchio stronzo che vive nel garage, dove poi morirà.»

Eli lo guardava stupefatta, colpita dal suo italiano perfetto.

«Sai, con questo unico occhio ti ho vista arrivare quando sei nata. Ti ho sentita chiamare dalla tua mamma, ti ho sentita piangere, ridere e giocare nel cortile interno con la palla… Ogni tanto te la facevo sparire. Ti osservavo da dietro le pale della serranda: come accarezzavi i gatti randagi, come rispondevi con dolcezza a tua madre. Io la gente la capisco al volo, Eli. So che sei buona.»

«Ah ecco! Era lei che mi faceva sparire la palla!»

«Sì, sì.»

L’aveva sentito urlare qualche volta dal fondo del cortile, ma non l’aveva mai visto davvero da vicino.

«Allora, me lo fai questo favore?»

«Quale?»

«La pedicure!»

«E perché lo chiede a me?»

«Perché non so a chi chiedere…»

«Non ha un…?»

«No. Non posso chiederlo a nessuno. Non ho nessuno e tutti mi schifano.»

«Ci sarà un motivo. Lo sa che tutto il palazzo la detesta? Mia madre crede che lei sia un delinquente.»

«Non è così. Non rubo, girovago la notte per trovare qualcosa nei cassonetti. Ho subito delle ingiustizie. Ho perso un occhio. Sopravvivo. E ho un brutto carattere.»

Eli non sapeva più cosa dire. Come poteva mandare a suo nome un tipo conciato in quel modo nel suo centro estetico abituale? Eppure non le faceva paura.

«Ma perché proprio a me?»

Giacomo si strofinò l’occhio buono, pieno di lacrime. «Perché sei tu!»

«Sono io, certo! E chi dovrei essere?»

Eli riprese a camminare.

«Eli! Un piccolo favore, in fondo!»

«Lei non può sapere come sono fatte lì dentro! Io vado alla Maison de Beauté, e non è il caso di far spettegolare la gente…» Lo guardò di nuovo da capo a piedi, un po’ sgomenta.

«Mi do un’aggiustata, non ti preoccupare… Immaginavo solo ci fosse una Lella, una Rosa, una Iolanda… una cosa alla buona!»

«Non conosco altre. O cerca moglie?»

«Ok, ok. No, di mogli non ne voglio più!»

«Ah, ecco! Questo è l’indirizzo.»

«Ho solo te e il gatto. Che avrebbe bisogno di una pedicure pure lui.»

«Pure il gatto! Io non sono nessuno per lei, e vorrei che stesse zitto come un topo su questa storia!»

«Figuriamoci, sono amico pure dei topi!»

«Pure! Gatti, topi…»

Giacomo non aggiunse altro. Prese il bigliettino e la ringraziò.

Nel pomeriggio Eli chiamò la Maison de Beauté: passò di persona a saldare il trattamento in anticipo, spiegò con discrezione alle ragazze della reception di accogliere con cura quel vecchio vicino di casa un po' eccentrico e si fece promettere assoluta riservatezza.

Quando Giacomo si presentò qualche giorno dopo nella sua forma migliore, fu accolto benissimo e visse una vera esperienza mondana. Finito il trattamento, gli sembrava di volare. Alla cassa tirò fuori qualche moneta lisa, ma l'estetista sorrise: «È già tutto saldato dal suo angelo custode, signor Giacomo». Era felice.

Lui sapeva chi era Eli: non si era sbagliato.

Ruppe il suo salvadanaio e le inviò dei fiori semplici, sicuro che le avrebbero fatto piacere. Con un biglietto:

«Eli, sei una persona speciale. Ricordalo sempre.»

– Anonimo

«Ma chi ti invia questi fiori?» disse la mamma, colpita.

«Non lo so, mamma. Non lo so davvero.»

«Chiunque sia, dev’essere un ragazzo davvero delizioso.»

Non lo vide più per tanto tempo, anche se la notte, qualche volta, lo scorgeva ancora sgattaiolare via.

Fino al giorno in cui lo rincontrò sull’autobus, molto invecchiato, e lui le regalò un libro.

Dopo alcuni giorni morì.

Scoprirono presto che era stato un grande poeta. Nel frattempo, però, Eli fu l'unica a piangerlo.

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