Il turbinio di emozioni che mi travolse, offuscò decisamente la mia capacità di giudizio. La naturale compostezza del mio carattere, talvolta scambiata per freddezza, fu messa duramente alla prova.
Alla fine cedetti e mi ritrovai ad abbracciare, quasi senza ritegno, alcuni tifosi, provando ad intonare con risultati discutibili, i tradizionali cori di esultanza e di sostegno ai beniamini di casa. L’incontro terminò in parità, con buona pace di tutti gli spettatori e con grande sollievo da parte mia.
Decisi infatti di lasciare, con misurata lentezza, il Goodison Park e, dopo una breve passeggiata, raggiunsi Priory Road e la fermata del bus 19 che, in pochi minuti, mi condusse in centro città.


Ancora inebriato dal clima di esaltazione agonistica regalatomi dalla sfida, pensai di approfittare di un assolato anche se freddo pomeriggio, per percorrere a piedi il tratto che dalla fermata mi avrebbe condotto al piccolo albergo che mi ospitava. Dopo una breve sosta tonificante, volli completare la mia “full immersion“ in quella realtà. Appena le luci della sera presero il sopravvento, seguendo le preziose indicazioni del receptionist, lasciai l’hotel, per chiudere in bellezza la giornata, rifugiandomi in un vicino pub, dove gustare la mia tanto anelata pinta di birra ed ascoltare un po’ di buona musica locale.
Mi era stato consigliato con convinzione: “Vedrà caro signore, non se ne pentirà”.


Certo, l’ingresso del locale non deponeva a favore della promessa iniziale ma, ovviamente incuriosito, varcai quella semplice porta appena illuminata e, dopo aver percorso una ripida scalinata e uno stretto corridoio, tra due pareti ricoperte di vecchie fotografie, qualche sbiadita locandina e un consistente strato di fuliggine, conquistai finalmente il mio angusto spazio che, immaginai, avrei dovuto difendere strenuamente…
I clienti, piuttosto numerosi e molti dei quali in evidente stato di ebbrezza, premevano con energia insospettabile verso il lungo bancone, alla ricerca del prezioso liquido da ingurgitare, senza alcun riguardo per coloro che, involontariamente, incrociavano la loro strada. Tra ampie nuvole di fumo e un odore acre e penetrante non meglio identificato, anche io raggiunsi l’agognata meta e, tra una gomitata e l’altra, conquistai il privilegio di assaporare la mia pinta, trovando anche un punto di appoggio in uno sgabello appena abbandonato.
In fondo alla sala, più che altro una stretta galleria completamente occupata, intravidi quello che sembrava un palco per le esibizioni.


Come mai tanta gente ad attendere? Chi avrebbe suonato quella sera?…


In una atmosfera sempre più elettrizzante, con la mia riserva di ossigeno già ampiamente saccheggiata, le prime file accolsero con applausi convinti ed inatteso entusiasmo, il gruppo che salì sul palco ad esibirsi.
Dalla mia scomoda ma preziosa postazione, con malcelata curiosità, cominciai a sbirciare i componenti della band. Sembravano giovanissimi, un po’ impacciati nei loro giubbotti di pelle nera, a stento in grado di muoversi in spazi davvero limitati. Forse erano in tre… poi riuscii a percepire il suono di una batteria che , “misteriosamente “, proveniva dal fondo della parete…
Dopo pochi minuti avevano già calamitata l’attenzione del pubblico che accompagnava ondulando in modo ritmato, lo scorrere dei brani proposti. L’energia e l’entusiasmo fluivano inarrestabili, dai musicisti agli spettatori che ricambiavano, in un gioco quasi “muscolare”, a rimbalzare quel flusso magnetico…
E quasi la musica non si percepiva più… era solo il pretesto, lo strumento scelto, per un modo di comunicare emozioni, sentimenti e umori, tenuti fino a quel momento gelosamente nascosti.
La scaletta del concerto non fu particolarmente lunga ma, non per questo, i quattro delusero le attese e anzi, furono salutati da un’autentica ovazione, nel momento in cui abbandonarono la scena…


Gli spettatori, reduci dalla “battaglia” emotiva appena descritta, cominciarono faticosamente a defluire dal locale. Qualcuno approfittò per un’ultima fermata al bancone. Molti erano già impegnati nei commenti del post concerto, tutti sembravano entusiasti.
Rimasi qualche minuto in più, finché il pub si svuotò quasi completamente. Ebbi la strana sensazione di essere stato involontario protagonista di un evento importante. Bevvi un ultimo sorso della mia birra, salutai il barista e, risalendo le scale, cercai il nome del locale.
Eccolo lì… “ah...The Cavern. Devo ricordarmelo per raccontare la storia ai miei amici..."


Liverpool , febbraio 1961.

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