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– Quella che stiamo per raccontare è una storia unica, in qualche modo straordinaria. L’uomo che l’ha vissuta oggi parla da un Paese lontano, uno di quelli che non hanno accordi di estradizione con l’Italia. È ufficialmente un ricercato. Da anni vive lì, al riparo da un mandato che in Europa è ancora valido.

Prima di affrontare la sua versione dei fatti mi sono chiesto a lungo: è possibile che un uomo che ha passato più di venticinque anni della propria vita nelle carceri di mezza Europa sia davvero sincero? Che oggi dica finalmente la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità? E soprattutto, come potremo esserne sicuri?

Perché questa non è solo la storia di un ladro d’arte. È la storia di qualcuno che si definisce un idealista. E tra le due cose c’è una distanza che spetta a noi misurare. –

 

«Metti un attimo in pausa» mi fermò, «adesso la racconto io.»

 

Decise di raccontare la sua storia. Una storia rocambolesca, a tratti incredibile eppure reale.

Quanto segue ne è il resoconto dalla viva voce del protagonista.

 

Non sapeva, quel giorno, che sarebbe stato il primo nella storia a rubare un dipinto all'interno di Palazzo Ducale. Prima di entrare si era fermato a riflettere a lungo. Non era stato facile. Sapeva bene cosa stava per fare: calpestare la storia di Venezia, entrare in uno dei luoghi più sacri dell’arte e della memoria. Ma era convinto di una cosa: quel dipinto, in qualche modo, doveva “tornare indietro”.

«Tranquilla» disse rivolgendosi alla Madonna del quadro, «ti riporto a casa.»
Parlava davvero con i quadri. Con i santi. Con rispetto, quasi con devozione. Prima di staccarlo recitò perfino una preghiera.

Si nascose, aspettò il giro della guardia notturna, appoggiò la scala, lavorò con una calma quasi religiosa. Prese il dipinto, lo avvolse in un sacco che aveva con sé, uscì, prese una barca, raggiunse la Giudecca, poi piazzale Roma, poi Mestre. Alle cinque del mattino consegnò il quadro, come da accordi.

Quando la notizia uscì sui giornali, una giornalista parlò di un’impronta trovata sulla scena. Lui non tornò nemmeno a casa: buttò le scarpe, cambiò percorso e sparì.

Il capo della Squadra Mobile lo chiamò quasi subito. Un poliziotto famoso, stimato.
«Voglio i quadri indietro, Gianni. Subito!»

«Stia tranquillo, li riavrà.»

«È difficile parlar male di quell’uomo» dirà anni dopo proprio quel poliziotto, «perché pur essendo un criminale aveva un codice. Non usava violenza. Non faceva del male alle persone. Era un ladro d’altri tempi.»

Racconta di quantità d’oro impossibili da immaginare, di gioielli, di bottini enormi. Ripete però sempre una cosa: «Non abbiamo mai rovinato nessuno. Nelle gioiellerie non prendevamo mai oggetti in lavorazione: sono dei clienti, della gente comune.»

La moglie, seduta accanto, racconta con pudore. Non aveva mai voluto parlare prima.
Scoprì che suo marito era un ladro solo quando lo arrestarono. All’inizio pensò di lasciarlo. Poi restò. Lo seguì nelle carceri svizzeri, in Germania, ovunque. 

«Andavo a trovarlo e facevo anche un giretto», dice con una semplicità disarmante.

L’infanzia di Gianni è la chiave di tutto.

A otto anni rubava latte all’alba e lo distribuiva alle famiglie povere del quartiere. Era cresciuto nella miseria, in un collegio duro, dove una mela negata da un compagno ricco diventò l’umiliazione che gli cambiò la vita. Da quel giorno, spiega, la strada diventò la sua scuola.

Leggeva Shakespeare, la Bibbia, Socrate. Inventava favole per i detenuti, di notte in carcere. 

«Erano uomini che non avevano mai avuto una favola da bambini.» Per lui le favole servivano a insegnare la morale, il bene e il male.

Nel 2013 rilasciò un’intervista in cui raccontava l’evasione dal carcere di massima sicurezza in Svizzera. Un’evasione che ancora lo tormenta. Non riesce nemmeno a tornarci con la memoria. Quando anni dopo chiese al consolato se poteva rientrare in Italia, gli risposero freddamente di no. Per sempre.

Racconta anche un dettaglio inquietante del suo “metodo”: rubava opere d’arte per poi restituirle. Non parlava di riscatto, ma di un rimborso per le “spese di trasporto”. In pratica, i proprietari dovevano pagare per riavere i quadri. Solo dopo il versamento, una telefonata anonima alla polizia indicava dove recuperare le opere che tornavano così ai legittimi proprietari.

Quei soldi – che lui insiste a non chiamare riscatto – non risultano trattenuti per arricchirsi personalmente, ma neppure erano semplici costi logistici ovviamente: erano la condizione per la restituzione. Secondo il suo racconto, servivano anche a finanziare aiuti a persone in difficoltà, un modo – dice – per “ridistribuire” ricchezza sottratta a collezionisti facoltosi.

È qui che nasce il paragone con Robin Hood. Non tanto perché regalasse apertamente denaro ai poveri, quanto perché si attribuiva una missione morale: colpire i ricchi, aiutare i deboli. Una definizione che riflette la sua versione dei fatti, più che una verità condivisa.

Poi ricorda sua madre. È l’unico momento in cui la voce si spezza.
«È stata l’ultima volta che ho pianto» ammette.
Il padre prima di morire gli disse: «Sei buono come tua madre. Anche se hai sbagliato, sei buono.»

Gli chiedono se tornerebbe in Svizzera, nel carcere da cui è evaso.
«Non ci penso nemmeno. Lì rivedo tutto il mio passato. È come entrare in un girone dantesco.»

E forse è proprio questo il punto della sua storia: un uomo che ha vissuto tra arte, furti, carceri, fughe, codici morali personali e un’infanzia di miseria, che oggi prova a raccontarsi per quello che è stato. Senza giustificarsi davvero, ma senza nemmeno rinnegarsi.

Sta a chi ascolta decidere se credergli.

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