C’era una volta un bambino che viveva sotto i tappeti della casa.
Anzi, era nato proprio lì, sotto i tappeti.

Un giorno la cameriera, spazzando, sollevò un tappeto. Lo faceva ogni giorno, come tutte le cameriere del mondo: ammassare sotto il tappeto lo sporco con la scopa. Ma quel giorno, quando sollevò il tappeto, vide uno sguardo nel buio. Occhietti piccoli, curiosi, che si aprivano e si chiudevano timidamente nell’oscurità.

«Ma guarda che cosa c’è qua. Da dove vieni, bambino?»
chiese, piegandosi per guardare meglio, perché non si vedeva nient’altro.

«Vengo da qua sotto,» rispose una vocina sottile.

«Sì, lo vedo, ma è strano… perché io pensavo che i bambini arrivassero con le cicogne.»

Quella frase buttata lì ci fa capire che la cameriera era un po’ strana, ma, del resto, bambini… non siamo forse tutti un po’ strani?
E, forse, anche la famiglia che aveva assunto una tale cameriera non era da meno.

Da quel giorno il bambino divenne una piccola attrazione in casa. Tutti venivano a vedere. Sollevavano il tappeto nel punto giusto e, lì, in quel buio, vedevano due occhietti lucenti che li scrutavano, si aprivano e si chiudevano. Solo due occhi nel buio, senza mai dire una parola.

Il capofamiglia, un giorno, si decise a parlare:
“Ma bambino, noi vediamo solo due occhietti. Sei un bambino o cosa sei?”
“Ma sì che sono un bambino! Non mi vedete?” rispose lui.
“Eh no”, disse l’uomo, «noi vediamo solo quello sguardo curioso e tutto il resto è buio.”
Allora il bambino si tirò fuori, tutto coperto di polvere. La moglie del capofamiglia ebbe un’idea: lavarlo.

«Camilla,» disse, «aiutalo a lavarsi.»

Il bambino protestò un po’, perché non voleva. Ma alla fine fu lavato. E quando lo videro tutto pulito e lindo, rimasero senza parole. Un bel bambino, capelli neri e un visetto delicato.

Ora restava una sola cosa da decidere. La coppia era senza figli. Avevano provato, ma la cicogna aveva scelto altri tetti.

«E se lo adottassimo?», disse il capofamiglia. 

«Nessuno lo reclama. E poi non possiamo lasciarlo per strada… si perderebbe. Buttarlo fuori? Non ci voglio neanche pensare.»

«Hai ragione,» disse la moglie. «Non possiamo. Povero piccino… sarebbe un peccato.»

«Allora lo adotteremo,» concluse il marito.

«Vuoi dire con tutte le carte che ci sarà da fare?» chiese lei.

«No, no. Starà qui, con noi. E quando crescerà… allora penseremo al resto.»

Allora chiamarono Camilla.

«Ehi, Camilla, vieni.»

«Sì… Signore?»

«Il bambino del tappeto avrà un nome. Guidobaldo. Sarà nostro figlio.»

La cameriera li guardò. Se andava bene a loro, andava bene anche a lei. Quel bambino le piaceva.

«Camilla,» disse ancora l’uomo, «vai a comprare vestiti per Guidobaldo.»

«Va bene, signore.»

E uscì, tutta contenta, con la borsa sotto il braccio e mille pensieri nella testa.
«Vestitini per un bambino del tappeto… chissà come si veste lì sotto…» mormorava.

Intanto Guidobaldo restava al centro del salotto. Senza il tappeto sopra la testa si sentiva nudo, anche se indossava una camicia troppo lunga del capofamiglia. Si avvicinò alla finestra e la luce lo abbagliò.

«Che roba è?» chiese strizzando gli occhi.

«È il sole,» disse la moglie.

Guidobaldo fece per tornare sotto il tappeto.

«No, aspetta… chiudi gli scuri, Mariella,» disse il capofamiglia. Gli scuri furono chiusi e un filo di luce penetrò appena creando una penombra.

Decisero che non potevano vivere così, ma per non spaventarlo troppo, di giorno il bambino avrebbe potuto stare sotto il tappeto, appena sollevandolo per far uscire la testa.

Così Guidobaldo visse i suoi primi giorni da figlio adottivo: metà fuori, metà dentro.

Gli offrivano giochi, costruzioni, macchinine. Camilla gli stava accanto e gli parlava, cercando di tenerlo occupato.

Il bambino restava fuori, ma lo sguardo tornava sempre al buio sotto il tappeto, dove vedeva cose che loro non vedevano. Le mani giocavano, ma erano incerte, come se non aspettasse altro che entrare in quel buio confortevole.

Più cercavano di renderlo “normale”, più lui sembrava distante.

Un giorno si sedettero tutti davanti a lui: marito, moglie e Camilla. 

Gli dissero insieme: non poteva continuare così. Non si vive sotto il tappeto. Doveva restare fuori. Si sarebbe abituato alla luce, piano piano. All’inizio con occhiali scuri, poi senza…

Il bambino li guardò, scoppiò a piangere, cercò di scivolare sotto. Lo trattennero. Lui urlò.

Fu il momento più duro: loro che lo tiravano, lui che cercava il tappeto.

Dopo quel giorno, nulla tornò come prima. Decisero di lasciarlo fare, almeno un po’.

Stava a metà, fuori e dentro. Con il tempo, la parte all’esterno si faceva sempre più piccola. Restava lì per ore, poi per giorni. Ogni volta che usciva, sembrava più distante. Una mattina il tappeto era immobile. Lo sollevarono piano, chiamandolo per nome. Ma del bambino non c’era traccia. Sollevarono del tutto il tappeto, ma c’era solo il nudo pavimento. Solo allora capirono quanto si erano affezionati. Camilla pianse e marito e moglie rimasero seduti, incapaci di parlare.

Ma loro sapevano: sotto, da qualche parte, il bambino aveva scelto il suo mondo.

 

Non ho mai capito perché dicessero che sotto il tappeto non ci fosse niente. Ogni volta che ne sollevavo un angolo sentivo l’aria cambiare: diventava fresca, come prima di entrare in un luogo segreto.
All’inizio infilavo solo le dita, poi la testa. 

Sotto il tappeto non c’era buio, ma un mondo vasto e profondo. Grotte splendenti, stalattiti appese come denti d’oro, stalagmiti che salivano come torri lucenti. Tutto scintillava.
Lì sotto non ero strano. Lì ero necessario.

Nelle caverne più lontane vivevano i draghi e io li affrontavo con una spada perché dovevo salvare una principessa. Seduta su una roccia dorata, aspettava. 

Sopra il tappeto mi chiamavano, ed io sentivo le loro voci che provenivano attutite. Dicevano che dovevo restare fuori, che quello era il mondo vero.
Ci provavo. Restavo seduto, con le gambe raccolte. Ma da sotto arrivava un richiamo a cui non potevo resistere: dovevo salvare la mia principessa.

Così andavo avanti e indietro: un po’ sopra, un po’ sotto. E ogni volta che tornavo fuori, il mondo di sotto sembrava più lontano, i draghi più grandi, la principessa più sola.

Un giorno capii che non si può vivere a metà.

Quando entrai del tutto, il tappeto si richiuse lentamente sopra di me.

So che sopra piansero. Li sentii, come si sente la pioggia da lontano. Avrei voluto dire che stavo bene, che finalmente ero arrivato.
Ma il mondo sotto il tappeto aveva ancora bisogno di me.

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