Non voleva avvicinarsi di nuovo alla finestra; si limitava a fissarla da una certa distanza, come se quello spazio minimo di pochi passi potesse proteggerlo da qualcosa là fuori. Avvertiva una presenza che si muoveva nelle strade adiacenti alla sua abitazione. Non aveva prove, soltanto una sensazione insistente.

Dal 1917 abitava in una piccola casa di via degli Alchimisti, un vicolo stretto e silenzioso nel complesso del Quartiere del Castello di Praga. Era un luogo appartato, che gli trasmetteva un senso di protezione. Un tempo, si diceva, vi avevano vissuto gli alchimisti; ora vi abitavano persone comuni. Di quel passato medievale, così ricco di leggende, rimanevano solo i nomi di alcune strade, che però nessuno sembrava più prendere sul serio. In quelle stanze anguste aveva scritto racconti brevi, spesso senza sapere come fossero nati. Gli pareva che certi luoghi non offrissero ispirazione, ma quasi pretendessero di essere ascoltati. Tuttavia, col passare del tempo, aveva avuto l’impressione che anche quel silenzio si fosse svuotato. La strada era così raccolta che ogni rumore sembrava amplificato, e ogni passo poteva assumere un significato che non gli apparteneva più. Quella strada si chiamava la Strada d’Oro, proprio per quella leggenda degli alchimisti: una fila di case minuscole, colorate, troppo piccole per sembrare vere abitazioni. Alcune risalivano a secoli prima, ma sembravano sopravvivere solo come un fondale decorativo.

Quel giorno voleva uscire di casa per andare al bar Edison, nella Città Vecchia. Qualcosa di abituale, quasi necessario. Eppure, con quella cosa là fuori, si chiese come potesse farlo senza esporsi inutilmente.

Si fece forza e aprì la porta d’ingresso con un movimento rapido, come se volesse sorprendere qualcuno. Ma davanti a lui c’era solo la piazzetta, deserta. Prese quindi il percorso consueto, salendo verso piazza più avanti. Camminava senza fretta, ma aveva costantemente l’impressione che il suo passo fosse osservato. Non riusciva a liberarsene.

 

Attraversò il dedalo di vie fino a sbucare sulla via del Ponte Carlo. Conosceva quel tragitto a memoria ma persisteva quella sensazione di essere seguito e ad un certo punto gli parve di sentire anche un rumore di passi che si interruppe quando si volse a guardare. 

Sul ponte la sensazione divenne più netta. I passi dietro di lui non erano affrettati, ma pesanti, regolari, come se appartenessero a qualcuno che non avesse bisogno di nascondersi. Chissà perché pensò a quella creatura mostruosa fatta di argilla che si chiamava Golem. L’idea gli parve assurda, e tuttavia non riuscì a respingerla del tutto. 

Affrettò il passo verso la Città Vecchia. Appena superato il ponte, lo sguardo gli cadde sull’Orologio Astronomico che dominava la piazza. Gli era sempre piaciuto quel grande quadrante azzurro e blu, capace di racchiudere una visione simbolica dell’universo medievale, con tutto: l’ora segnata in più sistemi, il lento cammino del Sole e della Luna e le fasi lunari che si rincorrevano nel tempo.

Eppure, non era il quadrante a catturare davvero la sua attenzione. Il suo sguardo si soffermò piuttosto sulle statue animate ai lati dell’orologio. Tra tutte, una lo colpiva più delle altre: la Morte. Un piccolo scheletro, ossuto e inquietante, che reggeva una clessidra, simbolo dello scorrere del tempo e della vita.

Il signor Turknovsky, proprietario del bar, non appena lo vide entrare esclamò:
«Buongiorno, signor Kafka!»

«Buongiorno», rispose lui.

Si sedette al solito posto, accanto alla finestra, da cui poteva osservare il continuo via vai sulla Wenzelsplatz. Il locale era tranquillo; tuttavia, non riusciva a smettere di tenere d’occhio la porta.

Poi alzò lo sguardo verso il ritratto dell’inventore appeso proprio sopra il bancone.

«Le piace? … Edison passò di qui nel 1911 e mi concesse di chiamare il locale con il suo nome», disse Turknovsky.

«Interessante… un documento memorabile», commentò Kafka.

C’era sempre un filo d’ironia nelle sue parole. Pensava, infatti, che l’inventore di Menlo Park non sarebbe mai diventato così famoso se un emigrato praghese, un ingegnere, non lo avesse aiutato con le sue invenzioni. Semmai, rifletteva, Edison avrebbe dovuto essere grato che un locale di Praga lo omaggiasse, e non il contrario. Ma non disse nulla.

La sua attenzione fu poi catturata da un giovane dalla corporatura massiccia, appena entrato. Non appena lo vide, avvertì un immediato senso di disagio. Cominciò a osservarlo: i movimenti del ragazzo erano lenti e rigidi, quasi meccanici. Stringeva un boccale che sembrava troppo piccolo per le sue mani. Non salutò nessuno e uscì subito.

 

Quando Kafka si alzò per andarsene, vide il giovane immobile davanti al locale. Lo stava aspettando? Non si muoveva. Per un istante ebbe la certezza — irrazionale ma assoluta — di trovarsi finalmente di fronte a ciò che lo aveva inseguito per tutta la giornata.

Prese il vicolo lì accanto per tornare a casa, ma a una svolta il giovane gli sbarrò il passo. Il gesto fu brusco e maldestro. Kafka reagì d’istinto. Ne seguì una breve colluttazione: mani troppo grandi che cercavano di afferrarlo, il respiro pesante dell’altro, un urto secco contro il muro. In quel corpo massiccio e goffo credette di riconoscere la forza muta che aveva immaginato. Bastò però un attimo perché l’illusione si dissolvesse. In quel volto non c’era nulla di antico, solo tensione e paura. Il ragazzo desistette e fuggì, senza dire una parola.

Kafka rimase fermo. Non provava sollievo, ma una delusione improvvisa, quasi dolorosa. Non era stato il Golem. Non era stato nulla. Solo un ladro maldestro, una spiegazione fin troppo semplice.

Rientrò in casa. Capì allora che la sua paura non era stata inutile, ma che la leggenda del Golem era esistita solo nella sua mente. Il mito era morto da tempo, e ciò che aveva incontrato non era che il suo fraintendimento finale. Subito dopo, però, pensò a un’altra cosa: anche se nessuno lo ricordava più, per lui non era indifferente. Doveva compiere uno sforzo, nell’unico modo che conosceva, per salvare dall’oblio e dalla morte ciò che restava di quella memoria.

Pensò alla statuetta dell’orologio astronomico, a quell’incedere del Tempo che tutto consuma, la vita e le sue tracce. Allora fece l’unico gesto possibile per tentare di respingere la marea della Morte e dell’Oblio: scrivere.

Si chinò sul taccuino sulla scrivania e iniziò:

Fin dal primo mattino ebbi la sensazione — assurda e tuttavia persistente — che qualcuno occupasse lo spazio davanti a me, come se ogni strada fosse stata percorsa un istante prima da un passo più pesante del mio. Più tardi compresi che non era un essere antico a seguirmi, ma il vuoto lasciato da ciò che non viene più creduto.

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