Jerry era un bambino come tutti gli altri. No, non era come tutti gli altri, lo sembrava, ma non lo era. Jerry viveva di numeri e farfalle colorate svolazzanti ma le parole non arrivavano. Conobbi Jerry quando aveva 12 anni. Arrivò alla Lincoln School in una mattina nebbiosa e fredda di novembre. Era la quinta scuola che cambiava.

Lo osservavo, nella sala disegno, mentre si impegnava a colorare tutte le farfalle che aveva nella sua testa. Era l'unica cosa che avevamo in comune: le farfalle. Lui aveva numeri e non parole, io avevo parole ma mi mancavano i numeri. Per il resto: tutto uguale.

Introverso come tutti i bambini che frequentavano la Lincoln School ma lui ne aveva passate tante. Troppe. Nessuno capiva cosa ci fosse in quella sua testa: tutti quei numeri e quelle farfalle. Io si.

Il professor Finger era solito passare tra i banchi mentre scrivevamo, si soffermava accanto a qualcuno e il suo dito scendeva lento e preciso a segnare l'errore, in silenzio. Quando passava accanto a me sospirava, se passava accanto a Jerry si fermava estasiato, stupito. Lui era già arrivato alle equazioni di secondo grado e presto si dedicò alla quantistica. Felice come un fringuello in primavera, saltava da un numero all'altro senza fatica. Fu così che il professor Finger mi fece sedere accanto a quel bambino silenzioso e geniale e in quel momento entrai a far parte della vita di Jerry e lui entrò nel mio cuore. Come il professore, anche lui indicava il numero che sbagliavo e mi suggeriva la risposta contando le matite e i pastelli che c'erano sul banco. Finivo l'ora dei numeri con un banco colorato come un arcobaleno ma la visione di quei colori mi aiutava, come le farfalle.

Le parole per Jerry arrivarono in seguito, poche e stentate, grazie a me. Il suo desiderio di comunicare venne stimolato dalla mia parlantina senza tregua e lui ne fu coinvolto. La prima cosa che disse fu il mio nome: Lora. Oh, mi pare ancora di sentirla quella voce gracchiante e scoordinata, come le nostre menti. Dopo “Lora” iniziò a parlare solo quando non ne poteva fare a meno e, con me, non riusciva a tacere. Seduti sulla panchina verde nel parco della scuola, trascorrevamo il tempo libero in simbiosi: lui il bruco, io il bozzolo. 

Cinque anni aspettammo. Cinque lunghi anni per riuscire a vedere quel bruco trasformarsi in farfalla.

Jerry spiccò il volo in primavera. Finger gli aveva trovato un posto di assistente al centro operativo della NASA a Titusville, in Florida. Aveva 17 anni. Continuava a parlare poco ma scoprì cose incredibili, celate dietro a calcoli che nessuno poteva immaginare.

Cinquant'anni dopo, ascoltando il notiziario delle 13.30, lo speaker pronunciò il nome di Jerry Sokolis, alzai il volume: aveva vinto il premio Nobel per la matematica. Il primo uomo autistico a raggiungere un traguardo simile. 

Presi immediatamente carta e penna: “Caro Jerry,…”

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