Avevo quattordici anni ed ero a Riccione in vacanza con i miei. 

Di quei giorni ricordo poche cose, ma ce n’è una che il tempo ha conservato vivida con particolare ostinazione. 

Nel campeggio dove andavamo, la nostra roulotte confinava con quella di un signore anziano. Avevo appena imparato a giocare a scacchi e, saputo che li conosceva, un pomeriggio lo invitai a fare una partita. Ero affascinato da quel piccolo mondo di sessantaquattro caselle e ventiquattro pezzi. Non ero davvero pratico del gioco, ignoravo tattiche e strategie, forse perché nessuno aveva mai avuto voglia di insegnarmele, eppure mi attirava tanto. Era come un meccanismo perfetto dove le regole erano chiare, indiscutibili e ogni mossa portava con sé qualcosa di definitivo, irreversibile. Un gioco corretto, giusto… o almeno così mi sembrava.

Finita la partita, rientrai nella roulotte e feci un salto di gioia nella veranda: avevo vinto! Ripensandoci oggi, forse quell’entusiasmo era eccessivo, sproporzionato. Avevo quattordici anni, ma ero ancora un bambino. Ero convinto che l’età portasse esperienza, soprattutto negli scacchi e per me quell’uomo doveva essere un campione. Batterlo non era solo vincere una partita, ma dimostrare qualcosa a me stesso.

Nei mesi che seguirono cercai un po’ ovunque qualcuno con cui giocare, ma non trovavo mai nessuno, neanche tra gli amici. L’unico disposto a farlo era un ragazzo che abitava di fronte a casa mia e aveva una certa fragilità psicologica: accettava qualunque sfida ma perdeva sempre. Faceva parte del gruppo, però era anche la nostra vittima prescelta. Non ne vado fiero, eravamo solo dei ragazzini incoscienti, ma andavamo a casa sua perché sapevamo che avremmo vinto.

Intanto aumentava il mio interesse per gli scacchi, in parte a causa di alcuni fumetti che avevo scoperto anni prima nel garage di un amico. Erano degli horror in bianco e nero, con storie di delitti e case sinistre e in uno di questi erano protagonisti indiscussi. I pezzi avevano un significato specifico nella trama, diventavano simboli, strumenti di morte. 

Fu una rivelazione! Un miscuglio perfetto di mistero e ordine: per me fu come trovare la chiave giusta per aprire la porta di una stanza proibita.

Un paio di anni dopo tornai a Riccione coi miei. Fu l’ultima vacanza con loro prima che mi sentissi “troppo grande” per condividerne altre. Stazionavamo in un campeggio abbastanza vicino al litorale. Più prossimo al mare si stagliava un hotel imponente che immaginavo come un palazzo incantato, fatto di stanze principesche, fontane dorate e una piscina affacciata sulla spiaggia pubblica invasa da noi poveri mortali. Quell’albergo di grande stile era curato e impeccabile in ogni dettaglio, però credevo che gli ospiti si sentissero un po’ soli e tristi in quell’ordine così perfetto.

Il campeggio invece era diverso, mi piaceva proprio per il suo disordine vivo: le roulotte, le tende, le verande montate in modi diversi... La sera, in alcune piazzole, le luci restavano accese fino a tardi e le famiglie si riunivano per mangiare e chiacchierare tutte insieme. Una comunità rumorosa e provvisoria sì, ma accogliente e calorosa. 

Fu durante quella vacanza che incontrai di nuovo quel signore della roulotte accanto. Non era cambiato molto: capelli bianchi, mani nodose e occhi attenti. Lo invitai ancora a giocare a scacchi. 

Durante la partita commentai la trascuratezza dei bagni del campeggio, dissi che se ci fosse stato “Lui”, sarebbero stati tenuti meglio. Poi gli chiesi chi fosse e cosa facesse, ma non rispose. Guardò la scacchiera e disse soltanto che era uno che sapeva far rispettare le regole e che a quell’epoca era a Garda. Da quel momento cominciai a guardarlo diversamente e tornai spesso a trovarlo. Non andavo più da lui solo per giocare, volevo capire chi fosse davvero: un militare forse o magari un sottufficiale della Repubblica Sociale Italiana, chissà.

Ogni volta che provavo a domandargli qualcosa però, scrollava le spalle e mi invitava a continuare la partita. 

Poi un pomeriggio mi parlò del Gran Sasso. Disse che la storia nei libri era una favola, che Skorzeny non aveva liberato il Duce da solo: c’era stato un contingente e lui ne faceva parte. Un ufficiale italiano aveva aperto la strada, i tedeschi erano arrivati dopo a prendersi il merito.

Mentre mi raccontava quelle cose, muoveva i pezzi lentamente, dando importanza a ogni gesto. Disse che anche le mosse piccole cambiano la partita, ma nessuno se le ricorda. Seduto davanti a lui capii che esistono storie che non sono nei libri. Vicende che vivono nella pazienza di chi aspetta o nel silenzio dopo una mossa sbagliata. Quando gli chiesi perché me ne stesse parlando, rispose che guardavo ma non vedevo. La storia non è mai nitida, è un gioco in cui qualcuno decide quali mosse mostrare e quali nascondere.

Restammo in silenzio, il sole scendeva tra le tende del campeggio e il fruscio delle verande riempiva l’aria.  

Continuammo la partita, ma ormai ero diviso tra la storia imparata a scuola e quella che affiorava, lenta e incompleta, dalla memoria di un uomo. Capii allora che la verità, come negli scacchi, non è mai semplice come sembra ma è fatta di attese e mosse invisibili. 

E spesso la raccontano solo quelli che hanno perso.

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