I cimiteri mi piacciono. Non per le solite ragioni decadenti, per quella fascinazione letteraria verso la morte e i morti. Mi interessano soprattutto come architetture: spazi ordinati, geometrici, spesso rimasti ai margini della città mentre tutto intorno cambiava. Abito in un paese della Bassa Padana e il cimitero della frazione è in campagna, poco oltre le ultime case. È un luogo semplice, quasi spoglio, e forse proprio per questo mi piace. A volte, però, prendo la bicicletta e vado al cimitero del comune. Basta attraversare il ponte e pedalare ancora qualche chilometro. Non entro mai: mi piace guardarlo da fuori, come si guarda un edificio qualsiasi.

Oggi, domenica 23 agosto 2026, ho preso la bicicletta e vi sono andato. Ho fatto il giro delle mura e mi sono fermato dalla parte opposta all'ingresso, dove c'è un piccolo parco con una panchina, qualche albero e degli scivoli per i bambini. Da lì il cimitero quasi non si vede. Mi sono seduto e ho cominciato a osservare le mura alle mie spalle. Un tratto appartiene chiaramente alla parte più vecchia dell'edificio: la parete forma una rientranza e presenta due finestre strette e allungate. I mattoni sono lasciati a vista, mentre il resto del muro è più recente e di cemento. Da quella distanza sembrava una costruzione qualsiasi, forse una vecchia casa abbandonata, e non avrei fatto particolare attenzione alle finestre se una di esse non mi fosse sembrata stranamente bassa.

Mi sono alzato e mi sono avvicinato. La finestra era quasi all'altezza degli occhi di un bambino. Non aveva vetri, soltanto una grata, e così ho potuto guardare all'interno. All'inizio ho pensato che in fondo al corridoio ci fosse una statua. Era buio e vedevo soltanto una sagoma bianca. Poi la figura si è mossa e un raggio di luce l'ha illuminata. Era un uomo vestito da clown, con un costume bianco e gonfio, due pompon rossi sul davanti e i capelli arancioni ai lati della testa. Nella mano destra teneva un filo a cui erano legati alcuni palloncini. Rimaneva immobile in fondo al corridoio, come se fosse lì da sempre. Sono rimasto a guardarlo senza riuscire a capire che cosa ci facesse un clown dentro un cimitero, a quell'ora e in una mattina di domenica.

Mi sono avvicinato ancora. Il clown sembrava guardare proprio me. Poi ha sorriso. Ho fatto un passo indietro ed ha alzato una mano. Per un momento ho pensato che mi stesse salutando, ma subito dopo si è sollevato sui talloni e ha cominciato a indicare qualcosa alle mie spalle. Mi sono voltato. Nel parco non c'era nessuno. Sono rimasto qualche secondo a guardarmi intorno, poi mi sono girato di nuovo verso la finestra. Il corridoio era vuoto. Non c'era più il clown, né i palloncini. Sono rimasto lì a cercare una spiegazione. Forse avevo visto male, forse la luce aveva trasformato qualcosa in una figura, forse mi ero lasciato suggestionare dal luogo. Stavo ancora cercando di capire quando ho sentito una voce alle mie spalle.

«Vuoi anche tu un palloncino?»

Mi sono svegliato di soprassalto, inzuppato di sudore. Ero ancora seduto sulla panchina. Il sentiero era vuoto, il parco deserto e, dietro di me, le mura del cimitero erano esattamente come le avevo viste prima di addormentarmi.

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