Era la strada il problema.

La strada con il suo continuo via vai di auto e tir.
Quel maledetto rumore gli entrava nello stomaco e lo teneva sveglio. Andava a picchiare sul suo corpo dolorante infliggendo scariche che gli facevano contrarre le gambe e le braccia. Sentiva che erano quelle auto la causa dei suoi crampi atroci che lo torturavano e gli impedivano di trattenere le urla, quando la morfina non faceva più effetto. E a ogni auto che passava, a ogni urlo sentiva che la sua riserva di energia si stava esaurendo.
Non riusciva a riposarsi eppure lo desiderava così tanto!
Sì, ne era sicuro! Non era il cancro, non era il veleno che gli iniettavano dentro con la scusa di curarlo. Era il traffico, quel maledetto traffico.

Mentre malediva l’ennesimo tir che sentiva rimbombare con tutto il suo peso sulle sue gambe doloranti sentì bussare alla porta. Era sua madre che gli portava la colazione.

Per un attimo aveva pensato che potesse essere qualcun altro. In fondo al cuore avrebbe voluto che ci fosse qualcun altro nella sua vita che potesse varcare quella soglia, che avesse uno straccio di legame con lui per non lasciarlo solo ora che tutto faceva così male.
Invece ecco di nuovo davanti a sé il saluto distante di sua madre, raffreddato dalla solita punta di fastidio.
Un fastidio che la donna gli aveva fatto sentire fin da quando era nato!

Non dipendeva dalla lunga malattia né dalla situazione cupa in cui ora si trovava. Sapeva che lei non aveva mai avuto voglia di occuparsi di lui!
Perché l’aveva fatto nascere? E che diritto aveva di torturarlo ancora con le sue attenzioni soffocanti che le servivano per crearsi un alibi? Per sentirsi la brava madre che pensava solo al bene dei figli e per zittire tutti i sensi di colpa ma che lui, in quella condizione, non riusciva più a sopportare?

Come avrebbe voluto alzarsi e scaraventarle addosso quella stramaledetta tazzina di tè!
Ora sapeva che la odiava. E al tempo stesso era disperato perché avrebbe voluto amarla ed essere riamato!
Lo aveva desiderato così tanto che per anni e anni si era raccontato che quelle attenzioni soffocanti erano solo il frutto di un’ansia amorosa.

Invece ora sentiva che ella stava aspettando di liberarsi di lui per sempre e la verità gli balenava davanti agli occhi, limpida e crudele! La rabbia verso la vita che lo aveva consegnato a una tale donna ormai lo tormentava da anni. E lui gli aveva dato sfogo indirizzandola verso di lei. All’inizio aveva provato un piacere quasi perverso: lei pareva indifesa, si lasciava colpire ma poi riprendeva a maltrattarlo. Giocava un gioco sporco e truccato in cui a vincere era sempre lei. Ma quando si era accorto del lucido disprezzo nei suoi confronti, l’aveva gettato ancora di più nel dolore. Percepiva ora quanto fosse inutile prendersela con l’anziana donna ed esaurire le ultime energie fisiche e mentali in un’infruttuosa rivalsa. Da un lato sentiva compassione per la donna avanti con gli anni che vedeva versare del tè nella tazzina e gli dava i biscotti recitando ancora una volta la scena della madre che infonde amore in ogni suo gesto e alla quale solo lei credeva ormai. Dall’altro lato ora desiderava così tanto che ci fosse qualcuno con un vero interesse per lui. Mentre un dolore meno fisico e più caldo gli stringeva il cuore si accorgeva di avere buttato la vita restando in quella casa, combattendo e supplicando quella vecchia che mai lo avrebbe amato davvero e perdendo tutte le occasioni di vivere altrove, di cercare altrove un’anima che lo amasse.

Improvvisamente un ricordo gli attraversò la mente: era di nuovo bambino ed era uscito dal piccolo cancello del cortile di casa senza che sua madre se ne fosse accorta. Con il suo triciclo si era ritrovato in mezzo alla strada. Era l’inizio degli anni ’70: per quella strada passavano poche auto ma comunque era pericolosa. Le urla di sua madre l’avevano raggiunto e lei lo aveva trascinato dentro e picchiato.

Ora capiva: il problema non era che lui avesse rischiato inconsapevolmente la vita ma che l’avesse fatta “spaventare”.

Un sapore amaro gli attraversò la gola e già non sapeva più se fosse il gusto del tè, avvelenato da tutti quegli anni con sua madre, o il disgusto per la percezione lucida che ora aveva di quel ricordo d’infanzia.

A quarant’anni, con un male incurabile, costretto a letto, con quella vecchia come unico essere vivente accanto a lui, un fulmine di terrore e disperazione gli attraversò nuovamente lo stomaco. Guardò sua madre, la propria vita che finiva prima del tempo senza aver concluso nulla, senza aver amato davvero nessuno e senza accorgersene, alzò la mano e accarezzò i capelli d’argento della vecchia signora.

Lei lo guardò in modo molto strano perché mai aveva fatto una cosa del genere. E lui si sorprese di quel gesto disperato a cercare un ultimo contatto in cui poter esprimere amore, almeno una volta prima di lasciare la vita.
La malattia gli aveva finalmente aperto la porta del cambiamento ma era troppo tardi. Con un macigno nel cuore sentiva la necessità di dissetarsi a quella sorgente ma poteva solo bere l’acqua di un mare fatto di sale.

Si accorse che le auto e i camion continuavano a passare. Ora quel rumore non gli dava più fastidio. Ora che la sua solitudine si stagliava netta e crudele davanti, quelle auto erano diventate improvvisamente innocenti.

Aspettò che sua madre uscisse e di nuovo si ricordò di quando con il triciclo si era ritrovato in mezzo alla strada. Provò ad alzarsi dal letto e riuscì a raggiungere la finestra seppure con dolori atroci alle gambe. Ormai le metastasi avevano raggiunto ogni recondito angolo delle sue ossa. Guardò il traffico proprio sotto di lui e per la prima volta lo sentì amico. Non voleva più soffrire così tanto. Forse quell’amico poteva abbracciarlo ed accoglierlo.

Con questo strano pensiero volò giù dalla finestra.

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