Giugno 2014

Era un periodo particolarmente stressante. Nulla sembrava girare per il verso giusto. Ogni volta che pensavo peggio di così non può andare, venivo puntualmente e rigorosamente smentito.

A un certo punto capii che qualcosa doveva cambiare.

Fu così che conobbi la mia terapeuta.

Era affascinante, sinuosa, bellissima. Sapeva essere accogliente, ma anche dura come la roccia e fredda come il ghiaccio. Non era certo una di quelle che ti dicono quello che vuoi sentirti dire.

Durante le nostre sedute mi portava sempre in viaggio. Non parlava molto. Preferiva lasciarmi solo con i miei pensieri e, quando ormai credevo di aver trovato un po' di pace, mi poneva sempre la stessa domanda.

«Per cosa vale la pena ritornare?»

Non rispondevo.

Continuavo a camminare e quella domanda continuava a camminare con me.

Per cosa vale la pena ritornare?

Mi rimaneva nella testa come un'eco silenziosa.

Alla fine trovai la mia risposta.

E quando la trovai pensai che la terapia fosse finita. Avevo ciò che cercavo. La mia terapeuta non mi serviva più.

Le ragioni che avevo trovato per tornare erano diventate anche le mie ragioni per non partire.

Per molto tempo andò bene così.

Giugno 2026

Rividi nuovamente la mia terapeuta.

Mi portò ancora una volta in cammino, questa volta fino alla cima più alta dell'Appennino. Arrivai in vetta il 2 giugno. Una data non casuale.

Lassù lasciai un piccolo scarabocchio, appena l'abbozzo del profilo della montagna, accompagnato da poche parole:

Dal tetto dell'Appennino Modenese guardo la pianura. Là dove c'era casa, il mio sguardo si perde senza più vedere la ragione per tornare.

Dodici. O forse uno.

La domanda era ancora la stessa.

Per cosa vale la pena ritornare?

Ma per la prima volta non riuscivo più a trovare la risposta.

Settembre 2026

La mia terapeuta tornò a chiamarmi.

Questa volta sembrò quasi guardarmi con quella pazienza che si riserva a chi continua ostinatamente a cercare la risposta giusta alla domanda sbagliata.

«Stai sbagliando domanda.»

Non capivo.

Me l'aveva ripetuta così tante volte. Per anni mi aveva chiesto sempre la stessa cosa.

Per cosa vale la pena ritornare?

Come poteva essere diventata improvvisamente la domanda sbagliata?

Poi la cambiò.

«Cosa ti impedisce di partire?»

Non seppi rispondere.

E così partii.

La mia terapeuta: la montagna, è così.

Ti chiama. Ti mette alla prova. Ti lascia camminare abbastanza a lungo da toglierti di dosso il rumore e poi, quando siete rimasti soltanto tu e lei, ricomincia con le domande.

La montagna viene spesso vista come qualcosa che divide. Un confine naturale. Da una parte una valle, dall'altra un'altra. Paesi vicinissimi sulla carta e separati da una parete di roccia.

Ma la mia terapeuta non è così prevedibile.

Lei, questa volta, decise di unire.

Unì Bologna a Firenze. Ma soprattutto cominciò a mettere qualcuno sul mio cammino.

La prima fu una ragazza partita da sola, come me. Vive a più di mille chilometri di distanza e, con ogni probabilità, senza quel sentiero non ci saremmo mai incontrati.

Bastarono pochi chilometri perché parlare diventasse semplice.

Poco dopo incontrammo altre persone. Per qualche ora camminammo tutti nella stessa direzione. Non sapevo quasi nulla di loro e loro non sapevano nulla di me. Eppure condividevamo già qualcosa: la strada che avevamo alle spalle e quella che ancora ci aspettava.

Poi le nostre strade si separarono.

La mia terapeuta, però, non aveva ancora finito.

Il giorno seguente incontrai una donna che vive dall'altra parte del mondo. Anche lei era partita da sola. Condividemmo una camerata, una cena e una discussione sui pericoli della fauna selvatica.

Lei temeva cinghiali e lupi.

La guardai perplesso.

«Ma come? Vivi in Australia. Avete coccodrilli, serpenti, ragni velenosi e persino quei graziosi canguri che, se ti avvicini troppo, ti mollano un mega calcione. E hai paura dei cinghiali?»

Evidentemente le paure non rispettano la geografia.

Continuai a camminare.

Qualche giorno dopo incontrai un ragazzo che aveva l'abitudine di fermarsi ogni volta che qualcosa lungo il sentiero attirava la sua attenzione.

Tirava fuori carta e matita e disegnava.

Mentre io guardavo il sentiero pensando ai chilometri che mancavano, lui ogni tanto si fermava a guardare quello che avevamo intorno.

Poi ripartiva e ci raggiungeva.

Forse anche quella era una delle lezioni della mia terapeuta. Non tutto quello che conta si trova alla fine del sentiero.

Con un'altra persona finii invece per condividere più strada che con chiunque altro.

All'inizio era semplicemente qualcuno che camminava nella mia stessa direzione. Per pochi metri, poi per chilometri. E i chilometri, senza quasi accorgercene, diventarono decine.

Si parla. Si tace. Si ride. A volte si cammina affiancati, altre volte uno resta qualche metro avanti. Non serve nemmeno decidere di fare strada insieme.

A un certo punto ti accorgi semplicemente che la stai facendo.

E forse è proprio questo che hanno di strano certi incontri: non ricordi il momento preciso in cui uno sconosciuto ha smesso di esserlo.

Continuavano ad arrivare persone.

Con alcune condivisi soltanto un breve tratto di strada. Con altre una giornata. Con altre ancora più giorni.

Con qualcuno parlai molto, con altri pochissimo. Di alcuni conobbi qualcosa in più, di altri appena un frammento.

Mi dispiacque non avere abbastanza tempo per conoscerli meglio.

Fu allora che cominciai a capire cosa stesse facendo la mia terapeuta.

Ero partito pensando che mi avrebbe lasciato solo con me stesso.

Lei continuava invece a mettere qualcuno sul mio cammino.

La stessa montagna che sulla carta separa territori aveva avvicinato persone provenienti da luoghi diversi e le aveva fatte camminare sullo stesso sentiero.

Per qualche ora. Per un giorno. Per più giorni.

Abbastanza.

Quando arrivai alla fine del viaggio ripensai alla domanda che mi aveva accompagnato per tanti anni.

Per cosa vale la pena ritornare?

E poi a quella nuova.

Che cosa ti impedisce di partire?

Forse avevo sempre pensato che un viaggio servisse ad arrivare da qualche parte.

La mia terapeuta mi aveva insegnato che a volte serve semplicemente a incontrare qualcuno lungo la strada.

E che non tutte le montagne dividono.

Alcune, se glielo permetti, fanno esattamente il contrario.

Chissà quali altre domande mi porrà la mia terapeuta.

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