Nel '68 zio Fé lavorava (si fa per dire) nella salumeria di Remigio, un artista capace di confezionare leccornie succulente e, per quanto belle, degne di essere esposte nella vicina pinacoteca, a Brera.

Peccato che Remigio fosse antipatico come la cacca ancora fumante di un cammello mentre mio zio, cannetta di vetro e incallito perdigiorno, lusingava il cuore di tutte le donne che mettevano piede in bottega. Quella volta Remigio, costretto da un grave lutto, era in procinto di partire diretto a Lucca.

 

“Mi raccomando Ferdinando. Sono solo tre giorni e quando tornerò non vorrei ritrovare una bisca al posto della bottega. E nemmeno la sede staccata del Piccolo Teatro: le tue aspirazioni di showman internazionale tienile lontane da questo umile ma de-co-ro-so locale. Ci siamo intesi?”

 

Mio zio pose la mano sul cuore e chiuse gli occhi.

 

“Giuro sulla bandiera nerazzurra, Sarti Burgnich Facchetti, Bedin Guarneri Picchi, che al suo ritorno non ci sarà un'oliva fuori posto, un coltello sporco di grasso, una impronta spiaccicata sulla vetrina. Lo giuro!”

 

Remigio, che ogni tanto si ricordava di essere un toscano purosangue, lo guardò trasecolato e replicò puntando l'indice al petto dello zio.

 

“Se ttu c’hai le cheche in quella testa di gallina, bada, fattele passare ch’io di certi bischeri ne ho già gonfi i coglioni. Chiaro?”

 

Lo zio chinò la testa senza proferire parola, ma appena il principale gli voltò le spalle per andarsene strizzò con la mano i suoi ammennicoli e allungò il collo in direzione di Remigio, ormai a distanza di sicurezza.

 

“Ma va a ciapà i ratt. Terun!” 

 

A mio zio non sembrava vero di essere a capo del battello. Avrebbe dimostrato a quell’antiquato che le vendite potevano essere raddoppiate, triplicate. Non che a zio Fè gli fregasse di ingrassare il conto corrente del suo capo, ma se il cassetto, dopo i tre giorni fatidici, si fosse riempito come il caveau della Banca Popolare di Milano, Remigio, obtorto collo, avrebbe dovuto ‘cacciare la lira’ e provvedere ad un generoso aumento.

 

Lo zio raccolse carta e penna, aprì una copia del Quattroruote dove era pubblicizzata una 850 Fiat azzurra e impostò una divisione che raccontava il suo progetto: 900.000 : 36 = 25.000.

36 cambiali e le porte della vettura si sarebbero aperte per accoglierlo come un califfo nella sua limousine. Ma doveva sbrigarsi o l’idea che già aveva nella testa non avrebbe nemmeno visto la luce. Mancavano ancora venti minuti alla riapertura pomeridiana della salumeria e così ebbe il tempo per effettuare una telefonata.

 

“Rigattiere. Desidera?”

 

“Sono io, Bestia. Ce l’hai ancora la vasca della madame Pompadour o l’hai venduta?”

 

“E chi se lo prende sto dirigibile tagliato a metà che non basta l’Atlantico per farci il bagno? Te la incarto? La gru per il trasporto la trovi tu o ci pensiamo noi?”

 

“Ascolta. Mi servirebbe per un lavoretto che se funziona... se la portiamo qui da Remigio stanotte... 5000 lire. Tutte per te.”

“10.000”

“7.500.”

“Sul camioncino però ce la metti tu che io c’ho il mal di schiena.”

“Ok.”

 

Nottetempo lo zio e il suo degno compare svuotarono una delle vetrine che dava sulla via e, in qualche porca maniera, collocarono la vecchia vasca arricchita da ghirigori, lazzi e frizzi al posto del cilindro di mortadella e di tutto l’ambaradan esposto prima.

Non rimaneva che telefonare al Carotti, quello che per un tagliere di affettati e un fiaschetto di Lambrusco si era fatto a nuoto tutto il perimetro dell’Idroscalo, di notte, salvo poi essere ricoverato al Niguarda per una pleurite fulminante.

 

“Pronto Carotti?”

 

“Uè Ferdinando. Cha fai? Lavori anche a quest'ora?”

 

“Devo parlarti. Qui in salumeria ci sono due quintali di affettati e settanta chili di sottaceti tutti per te...”

 

“Vengo subito.”

 

“Sta' buono. Dunque, dovresti fare ‘sta cosa. Ce l’hai presente la pubblicità del Bio presto?”

 

“L’uomo in ammollo? E chi non l’ha vista almeno cento volte?”

 

“Bravo! adesso ti spiego.”

 

A Lucca le esequie erano terminate e un certo Aldo, cugino di Remigio, offrì al salumiere un passaggio per Milano poiché, per un appuntamento di lavoro, doveva essere lì dopo poche ore. Remigio pagò per un pieno di super e Aldo accettò volentieri il contributo. Il cugino non avrebbe così guidato la sua NSU Prinz solo, come un cane randagio, per ben 280 chilometri di percorso.

 

Quando Remigio, un giorno prima del previsto, inforcò via Padova per recarsi in bottega osservò una lunga fila di gente che terminava più o meno nei pressi della salumeria. Deglutì senza sapere esattamente il perché e il suo respiro si fece affannoso.

Avanzò come un fantasma a passo esageratamente lento, poi vide ciò che non avrebbe mai voluto vedere.

 

Il Carotti, apparentemente nudo, era immerso nella vasca esposta in vetrina e riempita sino all’orlo con acqua e sapone, tanto sapone per generare tanta schiuma. Con un braccio teso sopra la testa e i peli ascellari in bella evidenza si lasciava cadere ora una fetta di salame, ora una fetta di mortadella in una bocca deliziata da ogni leccornia. Ai piedi della vasca un cartello decorato a mano riportava in bella evidenza un messaggio pubblicitario: ‘Chi l’ha detto che la felicità non esiste?’

 

Quando mio zio vide la faccia incarognita di Remigio comparire appena oltre il cristallo della vetrina si irrigidì con la salivazione sospesa, senza respirare, mentre il Carotti continuava imperterrito nello show architettato per incrementare le vendite. Tutti avevano avuto il loro tornaconto. Il Bestia che con una goccia di benzina consumata aveva portato a casa 7500 lire, Il Carotti che si gustava gratis un’abbuffata da mille e una notte, mio zio che poteva accarezzare l’illusione di un mega aumento per permettersi la 850 azzurra tanto sospirata. E Remigio…

 

La buon costume interruppe pochi istanti dopo lo spettacolo studiato dalla banda. Attirati da una folla anomala ormai diventata un intoppo alla circolazione due agenti si fiondarono nella bottega intimando al Carotti di rivestirsi e seguirli in caserma.

A Remigio affibbiarono una multa di 120.000 lire che dopo un tira e molla esasperato diventarono 60.000. A mio zio nessuno contestò nulla e approfittando della confusione si dileguò appena dopo avere messo al sicuro il bottino di una due giorni indimenticabile.

 

La mattina seguente, appena prima dell’apertura, Remigio si armò di un coltello a lama fissa, votato a mozzare i testicoli del suo garzone. Quando lo zio entrò spavaldo in bottega Remigio spalancò le pupille.

 

“O mi dai una buona ragione per posare la mannaia o la tua giugulare tra trenta secondi piscerà sulle piastrelle tutto il sangue che cc’hai nelle vene. Uno, due...”

 

Lo zio Fè, dopo alcuni secondi di plateale silenzio, depositò sul bancone 350.000 lire tenute insieme da un elastico giallo. Ebbe il sospirato aumento, visse fino ai 75 compiuti e riuscì persino ad acquistare la sua 850, con 36 rate da 25.000 lire cadauna, tappetini compresi.

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