Aveva scelto quei libri in biblioteca senza un motivo particolare. Voleva leggere qualcosa del genere appartenente al cosiddetto fantastico. Quella copertina lo aveva attratto subito. Vi era raffigurato un uomo con un cappotto, che teneva per mano un bambino anch’egli vestito con un cappotto nero. La foto era in bianco e nero, virata al seppia. Sullo sfondo si intravedeva quello che pareva un contesto cittadino di una città latinoamericana.

Ciò che gli piacque immediatamente fu l’aria di tranquillità e pace che emanava dalla foto. Il libro gli piacque fin da subito, per l’atmosfera che traspariva dall’immagine: una calma e un’accettazione profonde, come se l’uomo e il bambino avessero compreso e accettato completamente un destino ormai chiaro e definito davanti a loro. No, era più che calma: era una pace derivante dall’accettazione integrale del destino.

Il titolo, poi, gli pareva enigmatico, quasi a suggellare la foto e tutta quell’atmosfera di rassegnazione e accettazione del proprio fato: Il dottor Walsmer. Lo lesse tutto d’un fiato in due giorni, senza mangiare né dormire più di quanto strettamente necessario.

Il romanzo narrava di un personaggio che, ubriaco di un certo tipo di letture di autori come Franz Kafka e Robert Walser, aveva deciso che sarebbe scomparso: avrebbe scelto una vita in cui non avrebbe più dato segni di sé al mondo, cioè sarebbe sparito dalla realtà. Lo stesso personaggio principale era uno scrittore e aveva conosciuto il successo in passato; eppure, nonostante fossero passati tanti anni da quei primi trionfi, non ne voleva più sapere nulla. Così aveva deciso che avrebbe vissuto nella sua scrittura, cioè sarebbe scomparso dentro di essa.

A metà lettura successe qualcosa di sgradevole: il libro si era aperto proprio a metà e la parte interna dei fogli si era staccata dalla copertina. Colpa dei metodi di incollaggio scadenti delle case editrici, che ormai non si affidavano più ai sistemi più costosi, ma anche più solidi, della rilegatura. Si trovò così a leggere con estrema attenzione, cercando di non provocare ulteriori danni, ma in qualche modo mise da parte quel guaio, pensando di sistemarlo più tardi, prima di restituirlo.

Quando provò a sistemare il libro, fece solo danni: incollò pagine tra loro e, nel tentativo di separarle, ne tagliò una. Come rimediare? 

Guardò meglio ciò che aveva combinato con la sua riparazione maldestra e notò che il punto in cui le pagine erano unite dalla colla formava una linea dritta e verticale, che però, nella parte inferiore, perdeva precisione e cominciava a deviare sia a destra sia a sinistra. Osservò con più attenzione lo sfilacciarsi della linea nella parte inferiore e si accorse che, oltre a creare una specie di zig-zag lungo la pagina, questa si univa alle pieghe generate dall’eccesso di colla sulle due pagine, producendo un leggero arricciamento della superficie che gli ricordò, con quello spacco al centro, la forma delle grandi labbra di una vagina.

Che strano, pensò, sorridendo. Comunque doveva rimediare a quel guaio che aveva creato con la colla, ma dopo un minuto di analisi della situazione capì che l’unica cosa da fare era comprare un’edizione nuova.

Così la comprò e la restituì alla biblioteca. Ma nei giorni successivi tornava col pensiero alla vecchia edizione rovinata e a quel particolare delle pagine che avevano quello strano taglietto verticale, che già solo al pensiero lo faceva rabbrividire di erotismo. Non sapeva spiegare neppure lui come mai avesse quell’effetto su di lui. Eppure ci tornava di continuo, senza darsene una ragione.

Non riusciva a distaccare la mente; aveva portato il libro rovinato in un posto in soffitta, sperando così di poterlo dimenticare. Ma ottenne l’effetto contrario: più cercava di nasconderlo, più ci pensava.

Nei giorni seguenti, ogni volta che chiudeva gli occhi, riviveva il libro, il taglietto verticale e la sensazione di eccitazione mista a curiosità. Era come se quella piccola imperfezione avesse preso vita nella sua mente, diventando qualcosa di più di un semplice difetto cartaceo. Decise allora di non lasciarla lì, confinata in soffitta: voleva capire perché lo turbasse così profondamente.

Prese carta e penna e cominciò a descrivere, con calma e precisione, ogni dettaglio: la linea dritta che si deformava, l’ombra tra le pieghe, il lieve arricciamento delle pagine. Più scriveva, più la memoria della sensazione si faceva nitida, quasi tangibile. E con essa, un piccolo brivido percorreva la sua schiena, una combinazione di meraviglia e desiderio.

Si rese conto che, per quanto avesse cercato di razionalizzare, non era solo un difetto fisico: era qualcosa che lo metteva in contatto con una parte di sé che normalmente ignorava, un luogo segreto dove curiosità e desiderio si intrecciavano senza colpa né vergogna. E così prese a tenere in mano il libro tutti i giorni, cullandolo, e intanto lo accarezzava delicatamente proprio sulla commessura delle pagine. Scoprì che non poteva farne a meno e, piano piano, quella cosa lo prese così tanto che non uscì più di casa, tranne che per fare la spesa e andare al lavoro.

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