Ogni riferimento a persone e fatti è puramente casuale

 

Capitolo I

Giovanni Arturo Agostino Edoardo duca di Quintavalle

 

 

Una delle ville di famiglia sorgeva lontano dalla città in un luogo inaccessibile, tra querce secolari e siepi arruffate e disordinate che nemmeno il giardiniere osava sistemare su ordine perentorio del signor duca. Si diceva che lì dentro non entrasse più nessuno da almeno vent’anni, una dimora incastonata nel silenzio, a metà tra la rovina nobiliare e il mausoleo della memoria e dei segreti custoditi.

 

Giovanni Arturo Agostino Edoardo di Quintavalle, percorse il viale di ghiaia, il giorno prima della sentenza, con passo lento e incerto, e lo sguardo inchiodato alle persiane, come se cercasse conferma che la casa lo riconoscesse e aspettasse il suo ritorno anche se forse per una notte soltanto.

 

L’odore lo colpì come un vecchio ricordo ritrovato che lo eccitò: libri, umidità, echi di storie e giorni vissuti. Presenze, che per restare, non dovevano essere per forza vive. Il ritratto del bisnonno lo fissava, severo, sopra il camino, monito silenzioso e autoritario a non tradire il vizio e il segreto della dinastia.

 

Salì al piano superiore, in perfetta simmetria con i suoi pensieri.

La porta del suo vecchio studio cigolò appena. Dentro, nulla era cambiato: i tappeti persiani, il tavolo in radica, il mappamondo sulla scrivania impolverata: tutto era come l’aveva lasciato, prima di trasferirsi in un appartamento in città, più comodo e pratico, dove scontare gli ultimi giorni prima del verdetto.

In un angolo l’armadio in noce scuro: il suo tabernacolo, che aveva tenuto in vita, durante processi e rinvii, la sua voglia disperata di ricominciare a vivere.

 

Aprì lentamente, deglutendo a fatica la saliva, pregustando quel momento atteso da troppi anni. Dietro una doppia parete finta, ben nascosta, c’era ancora quella piccola porta, coperta da un fitto ingarbuglio di ragnatele, poi un armadio più piccolo con vecchie camicie appese e un'altra porta blindata, invisibile agli occhi se non sapevi dove mettere le mani. Dentro, un vano stretto, fresco e umido. Finalmente la vide, vide il suo gioiello, lo scrigno delle meraviglie, come amava chiamarla, delle sue conquiste e della sua perversione: una scatola quadrata con in centro lo stemma della famiglia. La prese con entrambe le mani, mentre l'eccitazione gli annebbiava la vista, stringendola con delicatezza. La mente tornò di colpo alle notti brave, predatore di trofei femminili, alle donne con le quali si era appartato non per avventure di sesso a pagamento, ma per appopriarsi della loro anima e strapparla dalle loro squallide vite.

Senza esitare e con il cuore che correva all'impazzata, risentendo quella sensazione meravigliosa e magica di vertigine, aprì il coperchio. Ordinate come reliquie c’erano una collana spezzata, alcune fotografie di volti femminili giovani e sorridenti, sconosciute a tutti, ma non a lui.

Più in là, avvolte con cura in un cellophane, mutandine di vario colore e tessuti che si portò immediatamente al naso immergendolo in quella morbidezza violentata. Barcollo’ nel riconoscere i profumi e gli odori del sesso quasi del tutto svaniti, riuscendo addirittura ad abbinare a ciascuna di queste, il nome della prescelta.

Ebbe un orgasmo immediato, rapido e fulmineo come se quegli atti venissero riproposti all'istante.

 

A sera inoltrata, sempre a piedi, respirando l'aria fresca del tramonto, forse per l'ultima volta, tornò nell'appartamento in città.

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