Nessuno conosceva il suo nome, come passasse la giornata, dove e come vivesse. Di lui si sapeva solo dove trovarlo la sera, quando, da un anfratto ricavato nel cantiere della nuova linea della metropolitana, tirava fuori il suo giaciglio. Con meticolosità lo sistemava al riparo dell’alto porticato dal pavimento di marmo lucente, sotto le vetrine di un lussuoso negozio di moda. Non proprio sotto, per la verità, perché le commesse l’avrebbero scacciato, ma tra la vetrina e l’angolo del palazzo. Se ne stava lì, senza infastidire nessuno, a curare quel letto improvvisato in attesa della notte. Voleva mostrare che lui, un clochard, teneva al decoro. Era un bell’uomo, o quanto meno doveva esserlo stato. Una folta capigliatura nera, fatta di riccioli infantili, gli incorniciava la fronte ampia; la barba, con qualche macchia bianca qua e là, gli dava l’aspetto di un santone. Vestiva sempre la medesima tuta, unta e consunta, coperta da un cappotto di grisaglia che un tempo doveva essere appartenuto a qualche ricco signore. E lui stesso, con quell’aria da filosofo ribelle, poteva sembrare un nobile decaduto.

I passanti, che frettolosamente si avviavano la sera verso la metropolitana, aggiravano con disgusto lui e il giaciglio. Lui, però, a tutti dedicava un sorriso. Solo chi riusciva a dargli uno sguardo rimaneva colpito dai suoi profondi occhi azzurri dietro gli occhialini cerchiati.

Nella vetrina riccamente addobbata, tre manichini indossavano seducenti abiti femminili. Uno dei tre, quello più a destra, a un primo sguardo poteva apparire una vera modella, tanto era realistica. Aveva una capigliatura folta e mossa, di un caldo colore ramato; il viso dall’ovale perfetto, occhi penetranti e labbra disegnate con un tenue rossetto. La silhouette longilinea, le gambe lunghe e snelle, il braccio sinistro disteso, mentre il destro appena aperto appoggiava la mano con grazia sul fianco armonioso.

La prima volta che la vide passando casualmente lì davanti, il clochard decise che quella sarebbe stata la sua dimora. Da quella prima volta, ogni settimana le commesse le cambiavano l’abito e tutte le volte la donna, perché tale lui la vedeva, era sempre la più bella. 

Quando le luci del negozio venivano spente, i passanti diventavano più radi, i rumori della città s’acquietavano, lui, il clochard, si metteva ritto davanti a lei e le parlava. Non di parole pronunciate si trattava, perché solo lui poteva sentirle. Quanto a lei, pareva che le ascoltasse e a volte accennasse a un sorriso. Mai però ella gli aveva rivolto lo sguardo, che fissava un punto lontano, al di là della piazza. Quello sguardo, quasi di alterigia, sembrava voler mettere una distanza tra lei e tutti coloro che l’ammiravano. Al clochard questo andava bene, non avrebbe sofferto di gelosia.

Una sera, prima di andare a dormire, rimase più del solito a mirare incantato la donna. 

Lei indossava un abito fatto di lamelle dorate, che lasciava generosamente scoperte le gambe fasciate da seducenti calze fumé.

Le chiese se sapesse la ragione di quel rapimento. Gli sembrò che ella gli rispondesse di no, pregandolo di dirglielo.

“Mi ricordi il mio primo amore” rispose lui nel segreto della sua anima.

Lei sembrò arrossire, ma forse era solo il riflesso del semaforo lì a pochi metri. 

Da quella volta, tutte le notti lui le passava davanti, a volte sedeva sul pavimento freddo, a volte in ginocchio. Andava a dormire sul far del giorno, appagato dei sorrisi che solo lui vedeva emergere dalle labbra della donna.

Le notti invernali diventavano sempre più pungenti. Il clochard rimaneva davanti al manichino riparandosi con un sacco a pelo sulle spalle.

Una notte il freddo fu così intenso da penetrargli il cuore.

Il sacco a pelo non riusciva a trattenere alcun calore. Lui, tremando come una foglia al vento, rimase curvo davanti alla sua bella.

Con un fil di voce le disse “Sai, ti amo!”

Rimase immobile, col capo chino, come vergognandosi, lui straccione, lei così nobile, della dichiarazione d’amore.

Poi s’inginocchiò, ripiegandosi su sé stesso.

Fu così che lo ritrovarono l’indomani, ormai privo di vita.

Le commesse del negozio, angosciate, ne parlarono tutto il giorno.

Nessuna di loro, però, riuscì a stabilire chi avesse reclinato il capo del manichino e come mai i suoi occhi fossero bagnati.

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