Le due file di humandroidi si estendevano per tutto il corridoio centrale. Come ogni mattina, una buona mezz’ora veniva impiegata per l’auto riparazione e il settaggio delle macchine. Gli humandroidi erano in tutto simili all’uomo solo che non necessitavano di pausa-pranzo, non avevano ferie né diritti di sorta ma ricevevano un mini stipendio che poi andava dritto nelle tasche del “proprietario”. Chiunque, infatti, poteva procurarsi un humandroide e farlo lavorare al posto proprio ma, visto il costo proibitivo, erano pochi quelli che se lo potevano permettere. 

Non certo Peppino e il suo amico che, proprio a causa di questi robot, il posto lo avevano perso davvero più di sei mesi fa. Le due “macchine” che li avevano sostituiti, in effetti, costavano meno della metà all’azienda e producevano peralmeno un terzo di più. 

I due però, dopo un primo momento di sconforto e dopo aver provato invano a rimettersi sulla piazza, avevano avuto la pensata del secolo: si sarebbero finti humandroidi e avrebbero lavorato come prima per conto di sedicenti lavoratori (sempre loro due) irreperibili perché trasferiti momentaneamente alle Canarie. 

Non sarebbe stato facile accettare i turni massacranti, nascosti in quelle armature di plastica, mangiando fugacemente un toast nascosti in qualche sgabuzzino e riducendo al minimo la sosta nei bagni, ma piuttosto che rimanere a casa a farsi prendere dalla depressione, in attesa di altri cinque anni prima di andare in pensione, si sarebbero giocati anche quest’ultima chance.

Così, dopo aver provato e riprovato davanti allo specchio le movenze e i comportamenti per due settimane, Peppino e l'amico nascosti nei due scafandri si presentarono il due settembre davanti agli stabilimenti, confusi assieme ad altri duecento humandroidi praticamente indistinguibili dai “vecchi lavoratori umani” ormai superati.

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