Era una tranquilla serata estiva, il cielo era trapuntato di milioni di stelle e un’incantevole luna gigante, alta verso ovest, gettava la sua pallida luce sul campo di grano di mio padre, accendendolo di una tenue sfumatura dorata. Ero nella mia stanza a scrutare, col mio telescopio, lo spazio e i suoi misteri. Sono sempre stato affascinato dall’astronomia, fin da quando ero bambino. L’anno scorso, al compimento del mio quindicesimo compleanno, mio padre per assecondare la mia passione mi regalò un telescopio; il più bel regalo che potessi mai ricevere. Tutte le sere m'immergo tra le stelle e guardo da vicino quel meraviglioso spettacolo di fiammelle accese nell’universo. Mi piace pensare che ogni stella sia stata creata per riscaldare e illuminare un qualche mondo lontano, come fa il sole col nostro azzurro pianeta.

Avevo scrutato col mio telescopio il cielo in lungo e in largo e si erano fatte le ventidue circa, quando il sonno cominciò a pesarmi sugli occhi. Mi allontanai dalla finestra lasciandola aperta, mi buttai sul letto e, senza che me ne rendessi nemmeno conto, mi addormentai.

Avevo dormito per poco più di un’ora, quando fui svegliato da strani rumori provenienti da fuori e da barbagli di luce colorata che entravano nella mia stanza. Scesi dal letto e quello che vidi affacciandomi alla finestra, mi lasciò senza parole: Un oggetto volante non identificato che ruotava su se stesso e volava sul campo di grano di mio padre, compiendo ampi cerchi nell'aria. Il velivolo era a forma di disco e aveva una cupola di pilotaggio in alto con degli oblò trasparenti intorno a essa. Più in basso, lungo le fiancate, vi erano delle luci azzurre, bianche e rosse che si accendevano e si spegnevano a intermittenza, mentre da un proiettore di luce, posizionato in basso, in mezzo a tre sfere metalliche disposte a triangolo, ogni tanto partiva un raggio laser color arcobaleno che colpiva le spighe di grano facendole ripiegare su se stesse.

Uscii di corsa fuori casa, entrai nel campo di grano e con le braccia alzate gridai: ”Smettila subito! Questo è il grano di mio padre!”

A quel punto, come se si fosse avveduto della mia presenza, il pilota del velivolo spense quel raggio laser multicolore che toglieva vita alle spighe di grano e si fermò proprio davanti a me, continuando a roteare su se stesso come una trottola sospesa in aria. Dopo qualche minuto di rotazione a mezz'aria, scese più a bassa quota restando sospeso a circa un metro e mezzo dal suolo, quando all'improvviso si aprì una porticina laterale al velivolo, dalla quale si allungò verso terra una scaletta mobile tecnologicamente avanzata.

Rimasi a guardare curioso, ma anche un po' impaurito, quando a un tratto vidi scendere giù un extraterrestre, ma non era un alieno piccolo, col testone grande e con la pelle di colore verde. No, era una ragazza in carne ed ossa, come ce ne sono tante sulla Terra. Aveva un corpo, due braccia, due gambe e una testa, esattamente come le ragazze terrestri, e su quella testa una bellissima chioma, lunga e dello stesso colore del grano. Era molto bella, il colore della sua pelle era di un azzurro pallido, come il cielo d'estate, e indossava una tuta color smeraldo con sopra un corpetto di cuoio o qualcosa di simile e un pantalone bianco con una cintura metallica in vita. Si avvicinò a me: “Come ti chiami?”, mi disse con una voce dolcissima.

“Geremia!”, risposi, “e tu, come ti chiami?”

“Mi chiamo Eulasya!”

“Sei un’extraterrestre?”

“Vengo dalla stella che voi sulla Terra chiamate ‘Proxima Centauri’ e che noi invece chiamiamo ‘Aldor’!”

“Come fai a conoscere la mia lingua?”

“Abbiamo la tecnologia per apprendere tutti i sistemi linguistici che avete registrato sulla vostra rete mondiale!”

“Vi impadronite delle nostre lingue codificandole da internet?”, domandai meravigliato.

“Esatto!”, rispose con un sorriso radioso, “Ora però devo andare. È stato un piacere conoscerti amico terrestre e scusami tanto per il grano!”

Non dissi nulla, ma mentre stava salendo sulla sua scaletta mobile la fermai, “aspettami per favore!”, le dissi, “Posso venire con te?”

“Cosa?! Sei sicuro di quello che dici? Il mio mondo è molto lontano e io potrei essere pericolosa!”

“Non ho paura! Vorrei venire con te e vedere il tuo pianeta!”

“Allora sali a bordo!”

“Prima vorrei sapere una cosa: Quando mi riporteresti a casa?”

“Facciamo due calcoli… due ore per andare, due per tornare e due per farti dare un’occhiata al mio pianeta… diciamo che domattina presto potrei riportarti qui.

“Mi stai prendendo in giro?”, dissi stizzito, “Proxima Centauri è a più di quattro anni luce di distanza dalla Terra. Ammettendo che il tuo velivolo possa viaggiare alla velocità della luce, arriveremmo non prima che siano trascorsi quattro anni e torneremmo qui tra otto!”

“Velocità della luce? Ahahah... Antiquato!”, disse ridendo con tono di schermo, “hai mai sentito parlare di velocità neutrinica? Se sì, allora sali a bordo, altrimenti addio amico terrestre e tanti saluti a casa!”

Ci pensai un attimo, ma poi, spinto da una forte curiosità, salii anch'io su quella scaletta mobile ed entrai all’interno di quel disco volante sospeso sul grano. Era tutto meravigliosamente tecnologico: Luci, tasti, monitor e leve di comando. Eulasya fece alcune manovre, premendo tasti e muovendo leve e il disco cominciò lentamente a muoversi e sollevarsi verso l’alto. Mentre saliva in alto si scusò per aver distrutto pezzi di raccolto, ma mi spiegò che l'aveva fatto per prelevare delle sostanze nel grano utili sul suo pianeta. Detto questo, premette un pulsante e in men che si possa dire ‘amen’ ci trovammo nello spazio e la Terra era già un puntino azzurro nello spazio buio. 

“Come si chiama il tuo pianeta?”, le domandai.

“Lurial!”, mi rispose, “Un pianeta grande, più o meno, quanto il vostro pianeta rosso”. Viaggiamo in silenzio per un po’, mentre davanti a noi passavano pianeti sconosciuti, asteroidi e altri corpi celesti, poi all’improvviso vedemmo un piccolo pianeta, poco più grande della nostra Luna, ma molto simile nell'aspetto e Eulasya si diresse proprio verso quel pianeta.

“Quello davanti a te è Lurial, il mio pianeta.

Atterrammo in una città fatta di tante cupole metalliche e altre strane strutture aliene. Il cielo era viola e il loro sole era rosso come una mela. Non c’erano mari, non un albero, niente fiumi e i monti erano brulli e grigi, simili a un paesaggio lunare.

“Eulasya, ma non ci sono alberi sul tuo pianeta?”, domandai un po’ deluso.

“Tutti distrutti, e con essi sono spariti anche tutti gli animali. Gli unici esseri viventi di Lurial siamo noi truidi!”

“Che tristezza, ma com'è accaduto tutto questo?”

“Tutta colpa nostra! L’intelligenza quando non è sottomessa all’amore può essere molto pericolosa e genera solo distruzione, anche di se stessi!”, rispose con un tono mesto e nostalgico.

“Cosa accadde di preciso?”, chiesi per saperne di più.

 

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