Misconosciuto film italiano datato 1993 dell’altrettanto (mi)sconosciuto Lucio Lunerti, che gira un film drammatico con lievissime venature thriller e mistery, che ha come cornice i post Anni di Piombo e misuratissime immagini di repertorio, forse ricreare ad hoc per il lungometraggio.

“Il tempo del ritorno”, dal titolo rancoroso, l’ho trovato un po’ lento ma non inoperoso in quanto c’è un adeguato susseguirsi. Certamente la storia risulta interessante, tuttavia film non riesce a coinvolgere ed emozionare più di tanto nonostante nella parte finale avvenga una decisa virata verso situazioni comunque già inflazionate e influenzate con lo scotto, ahimè, di perdere la “carica eversiva”.

Il tema trattato non è molto facile, a tal proposito poche volte infatti ho visto soluzioni e sintesi efficaci cercando, tra le varie cose, di svelare attraverso implicazioni psicologiche. Solo una buona padronanza della macchina da presa ha permesso al sottoscritto di non criticare troppo il film, e una sopra la media dizione degli attori, specie nei confronti tra i vari personaggi, che senz’altro rendono più che verosimile la storia, tra l’altro senza mai divagare, azzerando o quasi le figure di contorno.

Il film comunque non si basa solo ed esclusivamente su implicazioni politiche, poiché si dedica, dove è possibile, su altri aspetti, a svelare aspetti sorprendenti dell’ “indagine” da parte di Luca Ansaldi (Stefano Abbati), il protagonista che accetta un pericoloso e scottante incarico da parte di Giovanni Duranti (Alberto Di Stasio) amico e regista televisivo, in primis per chiudere il suo passato “rosso” in cui “manifestava” assieme ad un gruppo di amici/dimostranti, di cui ognuno ha cambiato vita per non dire “partito.”

Al film contesto quella mancanza di coraggio nel raccontare in maniera più incisiva, ad esempio rendendo più cazzute alcune sequenze di morte che per ovvi motivi non posso, anzi, non voglio spoilerare.

Che altro dire?

Il cinema italiano negli anni 90 nonostante non sia tra i più memorabili del ventesimo secolo, aveva in egual modo parecchio da dire e lo faceva producendo film di vario genere e tematiche. A livello intellettuale lo si può suddividere in due filoni ovvero uno "alto" ed uno "basso," in questo caso direi ci orientiamo in una via di mezzo e senza quella pretesa di focalizzarsi con occhio storico.

Da segnalare come “Il tempo del ritorno” mi ha ricordato in certe sequenze “Concorso di colpa” di Claudio Fragasso e interpretato da Francesco Nuti, per via della sequela fatta di quello “rispolverare” eventi passati al fine di trovare e di sbattere allo spettatore la verità in un piatto d’argento ma con le dovute e tragiche conseguenze.

In conclusione non è una di quelle pellicole memorabili, merita una visione e con la consapevolezza poi che difficilmente in futuro si andrà a riguardarlo, difatti una volta basta e avanza.

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