Quella sera uscii di casa. Avevo la luna storta e non la smettevo di lamentarmi per ogni stupidaggine. E il freddo di qua, e l’umidità di là. Ribadivo a me stesso quanto fosse triste l’autunno. “Non mi sorprende che Halloween sia in questa stagione”.

Camminavo accostando il lato del marciapiede meno vicino alla strada. Non si può mai sapere, se a qualche buontempone fosse venuto in mente di passare con la macchina proprio sulla pozzanghera vicino al sottoscritto avrei tirato giù tutti i santi dal cielo. Svoltando all’incrocio, imboccai la via che portava al centro città, quando con la coda dell’occhio notai un’agile ombra scivolare lungo il perimetro dell’edificio all’altro lato della strada. Aguzzai gli occhi e riconobbi la silhouette di un gatto dal pelo nero come la pece. Si era fermato al bordo della strada, là dove spuntavano le sfocate strisce pedonali. I suoi occhi mi scrutarono. Istintivamente mi fermai e ricambiai lo sguardo, per qualche ragione incuriosito da quel felino. Il suo pelo corto e scuro, delineato appena dalla calda luce dei lampioni, lo rendeva una creatura quasi spettrale.

Mi sentii osservato, sporco, giudicato da quegli occhi maledettamente gialli. “È forse perché ho pensato male di Halloween?”, queste parole comparvero nella mia mente e, proprio a seguito di ciò, come se le avesse udite, il gatto smise di fissarmi e si spinse verso il ciglio del marciapiede. “Ahi, ahi. Gatto nero per strada. Non vorrà mica attraversare”, pensai ridendo tra me e me. Non ero una persona superstiziosa, ma scherzare in quel momento di particolare avvilimento mi confortava.

Il felino si fermò nuovamente, sull’attenti, impegnato a guardare qualcosa di imprecisato sulla strada di cemento. Mi appoggiai a un’auto parcheggiata lì vicino. Volevo godermi lo spettacolo in prima fila. Piegai leggermente il collo, come se ciò potesse aiutarmi a capire che cosa avesse attirato la sua attenzione. Improvvisamente il micio fece un balzo indietro e fuggì come un razzo nella direzione opposta. “Toh, è finito qui il divertimento?”. Chi sa cosa ci avevo trovato di interessante in un gatto che si comportava da… gatto.

Feci per voltarmi e riprendere la mia camminata da dove l’avevo lasciata, quando udii una sgommata e un forte tonfo. Girai indietro lo sguardo, sgomento. Temevo che qualcuno avesse fatto un incidente. Eppure la strada era vuota e nuovamente silenziosa. Mi gettai a verificare se fosse avvenuto qualcosa sulla strada perpendicolare alla mia. Nulla. Anzi, dalla parte opposta della strada passeggiava quieta una vecchietta, un passetto dopo l’altro. «Mi scusi! Signora!». L’anziana inizialmente non capì che mi stavo riferendo a lei e dovetti ripetere il richiamo altre due volte.

«Dice a me?»

«Sì signora. Lei sa per caso cosa fosse quel forte rumore di poco fa?». L’anziana mi guardò come se fossi matto. «Io non ho sentito nulla».

Non mi fidai molto della sua affermazione, considerando quante volte avevo dovuto chiamarla poco prima.

«Ne è proprio sicura?»

«Certo, giovanotto. Non sono ancora così sorda, sa».

Mi sembrò che mi avesse letto nel pensiero.

«Caspita. Ero convinto che qualcuno avesse fatto un incidente».

Udendo quell’ultima parola la vecchietta mi guardò negli occhi, come se si fosse riacceso un antico ricordo. «Oh» sospirò «Tanti anni fa ci fu un incidente, proprio su questa strada».

Sgranai gli occhi. «Dice sul serio?»

«Certo. Non racconto frottole» borbottò. Nei suoi occhi potei leggere una grande tristezza. «Mio marito… perse la vita qui. Non ho mai compreso la ragione: era in ottima salute, un ottimo guidatore, andava sempre adagio quando guidava…», dopo aver detto ciò divenne silenziosa.

«Mi dispiace molto, signora».

Fu quando la congedai e tornai sui miei passi che, fugacemente, pensai di nuovo a quel gatto spettrale. Sembrava proprio che stesse fuggendo da un fantasma.

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