“O Leonardo! Tu sarai anche un genio, ma tu sei tanto lento... unne posso più di stare ferma qui su questa sedia. Son già 4 anni che tu mi dipingi, mi perfezioni, poi mi cancelli, poi mi ridipingi. E poi Leonardino, perchè tu mi fai venì qui solo quando il cielo l'è nuvoloso? Almeno con la scusa del ritratto potevo approfittare per fare qualche passeggiata per Vinci”.

 

“Lisa, giammai! Non posso ritrarti in un giorno di sole; ombre nette renderebbero arcigna la tua espressione già così naturalmente dura... e sorridi cacchio! Senno' voaccasa! Mi tocca sfumarti per rendere il tuo volto più soave e dolce cara Lisa e le mie dita sono impregnate di colore a forza di sfumare”.

 

“Tu sai come farmi sorridere, caro Leonardo. Prendi il tuo pennello e vieni a inzupparlo nella mia tavolozza”!

 

“Arrivo mia adorata”!

 

Leonardo dà un' ultima sfumata alle guance della bella Lisa, posa il pennello e si lancia sotto le gonne della donna.

La sua lingua comincia a muoversi più veloce dei suoi pennelli, le guance di Lisa si colorano subito di un bel rosso vivo senza bisogno di sfumare o attingere dalla tavolozza.

Mentre la lingua di Leonardo continua a muoversi ancora senza sosta, le sue mani cominciano ad esplorare altre zone, palpando le prosperose natiche della donna, scendendo verso le cosce morbide e setose e risalendo verso un bosco umido e rigoglioso. Poi con artistica maestria Leonardo si libera dei calzoni, alza l’ingombrante veste di mussola e mentre Lisa gioisce di piacere, il maestro entra dentro di lei e finisce l’opera.

Soddisfatto e appagato, Leonardo torna di scatto alla sua tela e ritrae l’espressione che Lisa ha in questo momento: finalmente dopo quattro anni il suo pennello ritrae il suo volto contenta; era questo che Leonardo voleva esprimere.

 

Da quel dipinto Leonardo non si separò mai e lo portò sempre con sé, forse perché era un ricordo indelebile di quell’amore impossibile sbocciato sulle colline fiorentine.

 

 

 

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